La storia di Andrea Camilleri
inizia ovviamente molto prima del 1994: ed è la storia di un intellettuale
amante della letteratura e della poesia. Ha esordito pubblicando versi e
racconti su riviste e giornali degli anni quaranta (“Mercurio”, “Inventario”,
“L’Italia socialista”, “L’Ora” di Palermo); ha dedicato una vita al teatro,
come docente all’Accademia di arte drammatica di Roma, come regista teatrale,
radiofonico e televisivo; ha pubblicato il suo primo romanzo – un romanzo rifiutato
per dieci anni dagli editori – nel 1978 (Il corso delle cose); nei primi anni
ottanta ha esordito con la casa editrice Sellerio grazie al saggio storico La
strage dimenticata (1984), nato dal desiderio di riscattare i 114 detenuti
uccisi nel carcere di Girgenti nel 1848 (“servi di pena” che – senza il suo
racconto – avrebbero rischiato una seconda strage, quella della memoria), edito
anche grazie all’interessamento di Leonardo Sciascia (che alla scrittura
restauratrice di verità, alla penna utilizzata per riempire colpevoli vuoti
storici, alla narrazione come azione morale, ha dedicato la vita) e primo
tassello nella lunga vicenda d’amicizia con Elvira Sellerio, ripercorsa dallo
stesso Camilleri in apertura del volume La memoria di Elvira (pp. 260, € 10,
Sellerio, Palermo 2015), che raccoglie testimonianze e ricordi di amici e
scrittori dedicati a una straordinaria esperienza editoriale. Un volume,
questo, che traccia un ritratto a più mani di Elvira Sellerio, come donna e
come intellettuale, che riesce a raccontare, pur puntando i riflettori su di
lei, la vita culturale e sociale italiana dagli anni sessanta a oggi, e che
esce come numero 1000 della collana “La memoria”. Si apre il secondo millennio
di questa fortunata e deliziosa collana: e non a caso si apre – numero 1001
della serie – con La giostra degli scambi.
Se la lunga storia di Camilleri,
nato il 6 settembre del 1925 a Porto Empedocle, affonda le radici nel tempo e
diventa fondamentale per comprendere la sua scrittura (una scrittura che fa
tesoro delle esperienze compiute: basterebbe pensare all’importanza della
narrazione in sequenze appresa dal cinema e alla capacità di far dialogare i
personaggi nata dalla lunga consuetudine con il teatro), è certo che la vicenda
pubblica del cantastorie siciliano si è sviluppata nell’arco cronologico che
separa il primo episodio di Montalbano da quello che, solo per il momento,
risulta essere l’ultimo. Ed è una storia, appunto, che inizia nel 1994, quando
si affaccia sulla scena della narrativa (ma sarebbe meglio dire: sulla scena
della vita culturale e sociale italiana) il commissario più amato dai lettori,
rafforzato, nella sua popolarità, dalla serie televisiva che lo vede nei panni
di Luca Zingaretti: un commissario che si muove nei giorni nostri (con punte di
attualità in episodi come Il giro di boa, del 2003, aperto da una amara
riflessione sui fatti accaduti a Genova in occasione del G8), che si forma e si
trasforma nel tempo. Montalbano, a differenza di Maigret, non è un personaggi
statico, cresce romanzo dopo romanzo, non solo letterariamente (da
personaggio-funzione in La forma dell’acqua a personaggio a tutto tondo già a
partire da Il cane di terracotta e Il ladro di merendine), ma anche
anagraficamente e umanamente: appare sempre più stanco e invecchiato, con una
svolta in La gita a Tindari, edito nel 2000, in cui vomita di fronte a delitti
che gli fanno venire il voltastomaco. Si modifica lui e si trasformano i
rapporti con gli altri, con l’eterna fidanzata Livia (della quale sente in
maniera crescente la mancanza, avvertendo il vuoto della solitudine nella sua
casa in riva al mare) e con i collaboratori del commissariato, con i quali
svolge indagini “di gruppo”, non più cane segugio isolato nelle sue ricerche
del colpevole, ma affiatato componente di una triade investigativa formata
anche da Fazio e dal vice Mimì Augello.
Tuttavia Camilleri non è
solamente il padre di Montalbano, un commissario amato anche perché paladino
della giustizia, aperto verso gli altri, leale, capace di indignarsi di fronte
alle prepotenze e ricco di umanità davanti alle miserie. Camilleri ha inventato
un linguaggio, misto di italiano e di siciliano (vero, appartenente al mondo
del passato e anche inventato), con sperimentazioni che hanno coinvolto altre
lingue e dialetti (il genovese in La mossa del cavallo, lo spagnolo – o gli
“azzardi “spagnoli” – in alcuni romanzi storici): un linguaggio che nel 1980
spingeva l’editore Garzanti a pubblicare Un filo di fumo con un glossario
finale siciliano-italiano e che oggi, con la sua espressività, è diventato
familiare ai lettori e, soprattutto, inscindibile dalle storie di Camilleri. E
ha scritto, nel corso degli anni, romanzi “civili” destinati a rimanere nella
storia delle nostre lettere, nati attraverso un processo di creazione che parte
da un fatto reale (spesso poche righe rintracciate in qualche trattato storico)
sul quale l’inesauribile fantasia dell’autore edifica vicende inventate.
Attraverso i suoi romanzi civili ha affrontato, con leggerezza e ironia
(leggerezza e ironia consapevolmente scelte come strumenti per affrontare
riflessioni dolorose, secondo quanto ha dichiarato programmaticamente in La
bolla di componenda), momenti drammatici della storia. Basterebbe ricordare le
vicende ambientate nella Sicilia post-unitaria, che si inseriscono in una
tradizione letteraria che – con Verga, De Roberto, I vecchi e i giovani di
Pirandello, Sciascia, il meno amato, da Camilleri, Tomasi di Lampedusa del
Gattopardo – ha guardato l’Italia unita dalla prospettiva meridionale: Il birraio
di Preston (1995), per esempio, con la stupida colonizzazione del Sud da parte
di autorità inviate dal Nord; e la Concessione del telefono, autentica commedia
degli equivoci, che mette alla berlina l’eterna burocrazia e l’arroganza del
potere. Attraverso i romanzi civili, ha immortalato anche momenti di speranza
che, nonostante la breve durata, occorre non dimenticare: le speranze suscitate
dal sogno di uguaglianza e di giustizia di Zosimo, il re contadino che prende
il potere a Girgenti nel 1718, prima di essere sconfitto e impiccato in un
finale drammatico e poetico, tragico e magico (Il re di Girgenti, 2001) o
concretamente alimentate da donna Eleonora di Mora, che governa la Sicilia per
ventisette giorni nel 1677, facendosi paladina dei più deboli e portatrice di
una religiosità che non è sopraffazione ma amore verso gli altri (La
rivoluzione della luna, 2013).
Tradotto in tutto il mondo,
seguito fedelmente da decine di migliaia di lettori, pubblicato principalmente
da Sellerio ma stampato anche da altri editori (Mondadori, Rizzoli, Skira),
talvolta snobbato dalla critica ma con attenti studiosi anche nel mondo
accademico (Nino Borsellino ha introdotto nel 2002 il Meridiano delle Storie di
Montalbano; Salvatore Silvano Nigro ha curato nel 2004 il secondo Meridiano
dedicato ai Romanzi storici e civili e accompagna ogni uscita per Sellerio
firmando la quarta di copertina), Camilleri ha scritto e continua a scrivere
con gioia e umiltà, lontano dalla boriosità che spesso discende dal successo,
utilizzando per i suoi libri (che, secondo l’acuta riflessione svolta da Carlo
Bo in un articolo del 1998, hanno occupato uno spazio vacante in Italia: quello
della scrittura di intrattenimento alto) immagini che ne ridimensionino la
portata: non cattedrali di Notre Dame de Paris – ha avuto modo di spiegare – ma
“piccole, meravigliose, godibilissime chiese di campagna”. La sua aspirazione
resta quella di assomigliare, come scrittore, a una trapezista del circo:
bella, truccata, elegante, con il sorriso sulle labbra, che esegue il triplo
salto mortale senza far avvertire al pubblico la tensione, la stanchezza, la
fatica degli allenamenti quotidiani. Sembra impossibile immaginare gli ultimi
vent’anni senza i suoi libri e senza di lui. Viene da dire, semplicemente ma in
maniera convinta, e in occasione del suo novantesimo compleanno, che l’Italia,
senza Camilleri, sarebbe stata più povera: culturalmente, ma anche umanamente.
giovanni.capecchi@unistrapg.it
G. Capecchi insegna letteratura
italiana all’Università per stranieri di Perugia
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