mercoledì 9 settembre 2015

Il popolo di Camilleri festeggia in piazza i suoi 90 anni


"Il bene che mi volete è ricambiato"

In via Asiago una piccola folla si è radunata sotto alla casa dello scrittore per fargli gli auguri e guardare il documentario che la Rai gli ha dedicato. Lui è uscito, accompagnato da Monica Maggioni, commosso e divertito. A salutarlo anche i due Montalbano della serie tv, Riondino e Zingaretti.


ROMA - Alla festa privata, quella con la famiglia e gli amici, ha spento le candeline sulle note di "Tanti auguri" di Raffaela Carrà. "Abbiamo ballato, è stato bellissimo" racconta la nipote Alessandra Mortelliti, fiera di avere un nonno  "che ha fatto tante cose "con coraggio e senza paura di sperimentare. Lui guardava avanti, è sempre andato oltre: è un uomo libero". Ma la festa per i 90 anni di Andrea Camilleri a Roma è in strada, in Via Asiago, di fronte alla storica sede Rai della radio, a due passi dalla casa dello scrittore. E tutti guardano su, verso il balcone illuminato. Sono in tanti ad aspettarlo, qualcuno si è portato la sedia da casa per assistere alla proiezione del documentario "Andrea Camilleri, io e la Rai" organizzata dalla Rai con il produttore Carlo Degli Esposti e i ragazzi del Cinema America. Coppola nera in testa, scortato dal  presidente della Rai Monica Maggioni, l'editore Antonio Sellerio e Degli Esposti, il papà di Montalbano è accolto come una rockstar. "Il bene che mi volete è ricambiato. Buona serata a tutti", dice sorridendo. Saluta i ragazzini seduti in prima fila. "Mi piace sentire le vostre voci argentine. Ma quanti siete? Tanti. Grazie di cuore. Voglio ringraziare la Rai Degli Esposti per quello che state facendo per me".

http://www.repubblica.it/cultura/2015/09/07/news/camilleri_festa_90_anni-122418050/

domenica 6 settembre 2015

Andrea Camilleri compie novant’anni, di Giovanni Capecchi

Il cadavere dell’ingegner Luparello, cattolico praticante, uomo di spicco del suo partito, capace di gestire la stragrande maggioranza degli appalti pubblici e privati attraverso gare truccate e tangenti miliardarie, viene ritrovato alla mànnara, una zona alla periferia di Vigàta in cui il commercio del sesso si intreccia con quello della droga. A scoprirlo sono due netturbini, che decidono di recarsi al commissariato locale: “Il commissario (…) era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano; e quando voleva capire una cosa, la capiva”. Sono queste le parole che chiudono il primo capitolo del romanzo La forma dell’acqua (Sellerio, 1994), nel quale compare per la prima volta il nome del commissario Montalbano, che subito dopo viene descritto alle prese con un sogno erotico in cui è coinvolta la fidanzata di Boccadasse, Livia: un sogno interrotto dalla telefonata mattutina fatta dal brigadiere Fazio. Ventun’anni dopo, nell’ultimo episodio della serie intitolato La giostra degli scambi (pp. 257, € 14, Sellerio, Palermo 2015), il commissario, svegliato da una mosca alle cinque e mezzo di mattina, inizia la sua nuova indagine e il congegno narrativo sembra viaggiare in automatico, afferrando il lettore fino all’ultima pagina. Il cantastorie Camilleri può ancora una volta passare a raccogliere l’obolo del suo pubblico, secondo l’immagine da lui stesso adoperata in varie interviste: “Io sono un cantastorie. Il cantastorie, se è bravo, raccoglie intorno a sé un pubblico che lo sta a sentire, poi si leva la coppola e passa in mezzo alla gente”.

La storia di Andrea Camilleri inizia ovviamente molto prima del 1994: ed è la storia di un intellettuale amante della letteratura e della poesia. Ha esordito pubblicando versi e racconti su riviste e giornali degli anni quaranta (“Mercurio”, “Inventario”, “L’Italia socialista”, “L’Ora” di Palermo); ha dedicato una vita al teatro, come docente all’Accademia di arte drammatica di Roma, come regista teatrale, radiofonico e televisivo; ha pubblicato il suo primo romanzo – un romanzo rifiutato per dieci anni dagli editori – nel 1978 (Il corso delle cose); nei primi anni ottanta ha esordito con la casa editrice Sellerio grazie al saggio storico La strage dimenticata (1984), nato dal desiderio di riscattare i 114 detenuti uccisi nel carcere di Girgenti nel 1848 (“servi di pena” che – senza il suo racconto – avrebbero rischiato una seconda strage, quella della memoria), edito anche grazie all’interessamento di Leonardo Sciascia (che alla scrittura restauratrice di verità, alla penna utilizzata per riempire colpevoli vuoti storici, alla narrazione come azione morale, ha dedicato la vita) e primo tassello nella lunga vicenda d’amicizia con Elvira Sellerio, ripercorsa dallo stesso Camilleri in apertura del volume La memoria di Elvira (pp. 260, € 10, Sellerio, Palermo 2015), che raccoglie testimonianze e ricordi di amici e scrittori dedicati a una straordinaria esperienza editoriale. Un volume, questo, che traccia un ritratto a più mani di Elvira Sellerio, come donna e come intellettuale, che riesce a raccontare, pur puntando i riflettori su di lei, la vita culturale e sociale italiana dagli anni sessanta a oggi, e che esce come numero 1000 della collana “La memoria”. Si apre il secondo millennio di questa fortunata e deliziosa collana: e non a caso si apre – numero 1001 della serie – con La giostra degli scambi.

Se la lunga storia di Camilleri, nato il 6 settembre del 1925 a Porto Empedocle, affonda le radici nel tempo e diventa fondamentale per comprendere la sua scrittura (una scrittura che fa tesoro delle esperienze compiute: basterebbe pensare all’importanza della narrazione in sequenze appresa dal cinema e alla capacità di far dialogare i personaggi nata dalla lunga consuetudine con il teatro), è certo che la vicenda pubblica del cantastorie siciliano si è sviluppata nell’arco cronologico che separa il primo episodio di Montalbano da quello che, solo per il momento, risulta essere l’ultimo. Ed è una storia, appunto, che inizia nel 1994, quando si affaccia sulla scena della narrativa (ma sarebbe meglio dire: sulla scena della vita culturale e sociale italiana) il commissario più amato dai lettori, rafforzato, nella sua popolarità, dalla serie televisiva che lo vede nei panni di Luca Zingaretti: un commissario che si muove nei giorni nostri (con punte di attualità in episodi come Il giro di boa, del 2003, aperto da una amara riflessione sui fatti accaduti a Genova in occasione del G8), che si forma e si trasforma nel tempo. Montalbano, a differenza di Maigret, non è un personaggi statico, cresce romanzo dopo romanzo, non solo letterariamente (da personaggio-funzione in La forma dell’acqua a personaggio a tutto tondo già a partire da Il cane di terracotta e Il ladro di merendine), ma anche anagraficamente e umanamente: appare sempre più stanco e invecchiato, con una svolta in La gita a Tindari, edito nel 2000, in cui vomita di fronte a delitti che gli fanno venire il voltastomaco. Si modifica lui e si trasformano i rapporti con gli altri, con l’eterna fidanzata Livia (della quale sente in maniera crescente la mancanza, avvertendo il vuoto della solitudine nella sua casa in riva al mare) e con i collaboratori del commissariato, con i quali svolge indagini “di gruppo”, non più cane segugio isolato nelle sue ricerche del colpevole, ma affiatato componente di una triade investigativa formata anche da Fazio e dal vice Mimì Augello.

Tuttavia Camilleri non è solamente il padre di Montalbano, un commissario amato anche perché paladino della giustizia, aperto verso gli altri, leale, capace di indignarsi di fronte alle prepotenze e ricco di umanità davanti alle miserie. Camilleri ha inventato un linguaggio, misto di italiano e di siciliano (vero, appartenente al mondo del passato e anche inventato), con sperimentazioni che hanno coinvolto altre lingue e dialetti (il genovese in La mossa del cavallo, lo spagnolo – o gli “azzardi “spagnoli” – in alcuni romanzi storici): un linguaggio che nel 1980 spingeva l’editore Garzanti a pubblicare Un filo di fumo con un glossario finale siciliano-italiano e che oggi, con la sua espressività, è diventato familiare ai lettori e, soprattutto, inscindibile dalle storie di Camilleri. E ha scritto, nel corso degli anni, romanzi “civili” destinati a rimanere nella storia delle nostre lettere, nati attraverso un processo di creazione che parte da un fatto reale (spesso poche righe rintracciate in qualche trattato storico) sul quale l’inesauribile fantasia dell’autore edifica vicende inventate. Attraverso i suoi romanzi civili ha affrontato, con leggerezza e ironia (leggerezza e ironia consapevolmente scelte come strumenti per affrontare riflessioni dolorose, secondo quanto ha dichiarato programmaticamente in La bolla di componenda), momenti drammatici della storia. Basterebbe ricordare le vicende ambientate nella Sicilia post-unitaria, che si inseriscono in una tradizione letteraria che – con Verga, De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, Sciascia, il meno amato, da Camilleri, Tomasi di Lampedusa del Gattopardo – ha guardato l’Italia unita dalla prospettiva meridionale: Il birraio di Preston (1995), per esempio, con la stupida colonizzazione del Sud da parte di autorità inviate dal Nord; e la Concessione del telefono, autentica commedia degli equivoci, che mette alla berlina l’eterna burocrazia e l’arroganza del potere. Attraverso i romanzi civili, ha immortalato anche momenti di speranza che, nonostante la breve durata, occorre non dimenticare: le speranze suscitate dal sogno di uguaglianza e di giustizia di Zosimo, il re contadino che prende il potere a Girgenti nel 1718, prima di essere sconfitto e impiccato in un finale drammatico e poetico, tragico e magico (Il re di Girgenti, 2001) o concretamente alimentate da donna Eleonora di Mora, che governa la Sicilia per ventisette giorni nel 1677, facendosi paladina dei più deboli e portatrice di una religiosità che non è sopraffazione ma amore verso gli altri (La rivoluzione della luna, 2013).
 
Tradotto in tutto il mondo, seguito fedelmente da decine di migliaia di lettori, pubblicato principalmente da Sellerio ma stampato anche da altri editori (Mondadori, Rizzoli, Skira), talvolta snobbato dalla critica ma con attenti studiosi anche nel mondo accademico (Nino Borsellino ha introdotto nel 2002 il Meridiano delle Storie di Montalbano; Salvatore Silvano Nigro ha curato nel 2004 il secondo Meridiano dedicato ai Romanzi storici e civili e accompagna ogni uscita per Sellerio firmando la quarta di copertina), Camilleri ha scritto e continua a scrivere con gioia e umiltà, lontano dalla boriosità che spesso discende dal successo, utilizzando per i suoi libri (che, secondo l’acuta riflessione svolta da Carlo Bo in un articolo del 1998, hanno occupato uno spazio vacante in Italia: quello della scrittura di intrattenimento alto) immagini che ne ridimensionino la portata: non cattedrali di Notre Dame de Paris – ha avuto modo di spiegare – ma “piccole, meravigliose, godibilissime chiese di campagna”. La sua aspirazione resta quella di assomigliare, come scrittore, a una trapezista del circo: bella, truccata, elegante, con il sorriso sulle labbra, che esegue il triplo salto mortale senza far avvertire al pubblico la tensione, la stanchezza, la fatica degli allenamenti quotidiani. Sembra impossibile immaginare gli ultimi vent’anni senza i suoi libri e senza di lui. Viene da dire, semplicemente ma in maniera convinta, e in occasione del suo novantesimo compleanno, che l’Italia, senza Camilleri, sarebbe stata più povera: culturalmente, ma anche umanamente.

giovanni.capecchi@unistrapg.it

G. Capecchi insegna letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia

I 90 anni del cantastorie Andrea Camilleri - Intervista a Giovanni Capecchi a cura di Evolena


Il 6 settembre Andrea Camilleri compie 90 anni. In occasione del suo compleanno, Altritaliani ha rivolto alcune domande a Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia, nonché studioso e amico dello scrittore siciliano e autore, proprio per questo novantesimo compleanno, di un lungo articolo dedicato al ‘padre’ del commissario Montalbano uscito nel numero di settembre dell’“Indice dei libri del mese”.

Quando hai incontrato per la prima volta Camilleri?
L’ho incontrato nel 1999. Era da poco scoppiato il “caso Camilleri”, che aveva portato alla ribalta questo scrittore siciliano, allora settantaquattrenne: i suoi romanzi occupavano stabilmente i primi posti delle classifiche dei libri più venduti. Giuseppe Nicoletti, che insegna Letteratura italiana all’Università di Firenze, stava per varare una collana per l’editore Cadmo di Fiesole, intitolata “Scritture in corso”: una serie di piccoli volumi dedicati ciascuno ad un autore contemporaneo. Mi chiese se potevo scrivere il libro su Camilleri, che avrebbe aperto – come in effetti ha aperto – la collana. È stato così che ho preso contatti con lo scrittore e sono andato a trovarlo a Roma.


Che cosa ricordi di quell’incontro?
Ricordo la mia emozione e anche il mio imbarazzo (ero un giovane neolaureato), ma soprattutto la sua cortesia. Quando uscii dall’ascensore nel palazzo dove Camilleri viveva – poi si è trasferito, rimanendo comunque nella stessa zona di Roma – la porta della sua casa era aperta e sullo sfondo si poteva vedere lui, con la camicia a quadri che spesso indossava, chino sulla macchina da scrivere. È una immagine che difficilmente dimenticherò. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, la conversazione prese il via. Sono rimasto da lui tutto il giorno, per fargli delle domande, per ascoltare gli episodi che mi raccontava (Camilleri è uno straordinario narratore orale) e per sfogliare una cartellina con ritagli di giornale che mise a mia disposizione.

Dopo quella volta, vi siete più incontrati?
Sì, certo. In una prima fase ci siamo incontrati per organizzare altre pubblicazioni. Scrivendo il volumetto su di lui, avevo letto tutti i suoi articoli di giornale, usciti nel tempo su “La Stampa”, l’edizione siciliana della “Repubblica” e “Il Messaggero”. Gli proposi perciò di raccoglierne una ventina e di farne un libro. Mi dette carta bianca: così scelsi ventun articoli che avevano un elemento in comune: partivano da fatti di cronaca ma si trasformavano poi in piccoli racconti. Trovai un titolo che ancora oggi giudico azzeccato, Racconti quotidiani, e il volume uscì con una piccolissima casa editrice pistoiese, che oggi ha chiuso i battenti, chiamata Libreria dell’Orso. Anzi, Camilleri era particolarmente contento di pubblicare il libro per aiutare un piccolissimo editore, che si vide all’improvviso sbalzato sulle pagine dei giornali: i Racconti quotidiani entrarono infatti nella classifica del libri più venduti e ci rimasero per diverse settimane.
Poi facemmo un’operazione simile con gli episodi apparsi a puntate su “La Stampa” che hanno come protagonista il commissario di bordo Cecè Collura. Ora sia i Racconti quotidiani che Le inchieste del commissario Collura sono stati ristampati negli Oscar Mondadori e sono stati tradotti in diversi paesi europei, tra i quali la Francia e la Germania.

Mi pare che da questa vicenda venga fuori anche la disponibilità di Camilleri. In fondo tu eri un giovane studioso e le sue pagine stavano diventando sempre più preziose per gli editori…
È proprio così. Non so ancora chi mi dette la forza di chiedere a Camilleri di poter curare e pubblicare i due piccoli libri. Fatto sta che mi feci avanti. Aggiungi due cose, che fanno capire la generosità di Camilleri. Quando dalla Libreria dell’Orso gli chiesero, per il contratto dei Racconti quotidiani, quale percentuale di diritti d’autore desiderasse, Camilleri rispose che il libro lo avevo ideato io e che i diritti d’autore dovevano essere divisi a metà fra me e lui. Sembra incredibile, ma è vero. Inoltre quando questa piccola esperienza editoriale ha chiuso i battenti, restavano degli utili, provenienti dalla vendita dei libri di Camilleri: e con questi siamo riusciti ad aiutare quattro progetti di solidarietà e di cooperazione.

A casa di Rosetta e Andrea Camilleri, Giovanni Capecchi e i suoi figli

E dopo questi libri?
Dopo ho continuato ad occuparmi dello scrittore, per esempio cercando di analizzare i numeri e le ragioni del suo successo in un intervento non a caso intitolato Tutti i numeri di Camilleri; inoltre abbiamo lavorato insieme ad altri progetti, come la ristampa del romanzoL’ultimo veliero di Marcello Venturi, uscito per Sellerio nel 2007 con una sua presentazione e una mia postfazione. Tra l’altro nel 2008 ho coinvolto Camilleri nel convegno organizzato in memoria di Venturi (scomparso il 21 aprile di quell’anno) e sono stato da lui a registrare l’intervento che abbiamo poi proiettato e che oggi si può vedere su youtube.
Ma soprattutto – anche perché non mi andava di fare il camillerologo, in un Paese in cui chi legge conosce i suoi libri e sa tutto, in particolare del commissario Montalbano – quando mi capita di andare a Roma, non molto spesso per la verità, cerco di passare a fargli un saluto. Ed è sempre una gioia rivederlo: resto da lui tre quarti d’ora, difficilmente più di un’ora, ma in quel tempo mi chiede di aggiornarlo sulle mie cose e poi mi aggiorna lui. Ascoltarlo è piacevole come leggerlo. Quando dice di essere un cantastorie (e lo dice anche per sminuire un po’ la pompa che la definizione di scrittore può avere) adopera un’immagine che gli si addice perfettamente.

Che cosa pensi del commissario Montalbano?

Penso che sia un’invenzione eccezionale. Lo so che alcuni professori e una parte dei critici snobbano i gialli di Montalbano, soprattutto perché hanno molto successo e quindi applicano in maniera schematica l’equazione: grande successo = libro di basso livello. Ma evidentemente non sono d’accordo con loro.
Camilleri ha inventato un personaggio che cambia romanzo dopo romanzo: non è un uomo immobile e sempre identico, ma il tempo passa anche per lui. Ha creato un commissario che conforta il lettore e dà speranza: è un servitore onesto e rigoroso dello Stato, sta dalla parte dei più deboli, non sopporta la burocrazia e gli arroganti. Intorno a lui ha creato un gruppo di personaggi con i quali i lettori hanno ormai confidenza: Fazio, Mimì Augello, Catarella, Livia… Ha scelto di ambientare le vicende nell’Italia del presente e in ogni libro inserisce un riferimento all’oggi.

Ha reso i colori e gli odori della Sicilia: certo, in molti casi (ma più negli sceneggiati televisivi, ottimi, che nei romanzi) è una Sicilia “da cartolina”, con il mare da un lato e la campagna riarsa dall’altro, con i piatti tipici… Ma anche da questo punto di vista può essere misurata la forza di questo scrittore: ha fatto più Camilleri per la promozione della sua terra che le Aziende di promozione turistica nel corso di decenni!
E poi ha inventato una lingua, fatta di italiano e di siciliano, con il siciliano che è in parte vero, in parte appartiene al passato (e all’infanzia di Camilleri) e in parte è inventato o comunque modificato ad arte. Ai detrattori della lingua di Camilleri vorrei chiedere di immaginarsi i romanzi di Montalbano scritti in un italiano puro: cadrebbe una parte significativa del loro interesse, sarebbero sicuramente meno intriganti.

Come definiresti lo scrittore Camilleri?

Camilleri adopera per sé due definizioni che mi sembrano efficaci. Una l’ho già rammentata ed è quella del cantastorie: Camilleri è come un cantastorie che si ferma in una piazza e inizia a narrare; e se la narrazione funziona, il pubblico aumenta e resta fermo ad ascoltare, altrimenti se ne va via. Fino ad oggi i dati numerici ci dicono che il pubblico è rimasto ad ascoltare. L’altra immagine che adopera è quella della trapezista: Camilleri dice che la sua aspirazione è quella di assomigliare ad una trapezista del circo, che svolge i suoi esercizi con leggerezza e con il sorriso sulle labbra, senza far vedere la fatica dei continui allenamenti e la stanchezza. Ma c’è un’altra definizione che mi pare calzante - L’ha adoperata Carlo Bo, in un articolo se non sbaglio del 1998: Bo scriveva che Camilleri ha occupato uno spazio che era rimasto vuoto nella nostra narrativa, lo spazio dell’“intrattenimento alto”. Ed è così: i gialli che hanno come protagonista il commissario Montalbano appartengono alla sfera dell’intrattenimento alto. Occorre però ricordare che Camilleri non è solo Montalbano…


Parliamo, per concludere, di quest’altro Camilleri…

Camilleri è anche l’autore di saggi come La bolla di componenda e La strage dimenticata, che fanno riferimento ad una idea della scrittura cara a Leonardo Sciascia: una scrittura che cerca di restaurare la verità e di riempire i vuoti lasciati ad arte nella storia. Ed è autore di romanzi che possiamo definire “storici” o “civili”. Pur essendo molto affezionato a Camilleri, non amo tutto quello che ha pubblicato: e, per esempio, alcuni romanzi (soprattutto stampati da editori diversi da Sellerio e scritti in italiano) non mi convincono. Ma libri come Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Il re di Girgenti oLa rivoluzione della luna credo che resteranno: viene fuori, in questi romanzi, anche la ricchezza della cultura di Camilleri, che però l’autore, da buon trapezista, lascia sullo sfondo, non sfoggia in maniera pomposa e pesante; ed emerge l’idea di una scrittura che vuole affrontare alcuni nodi storici e sociali, che cerca di indagare il carattere del potere – tra progetti, spesso utopici, di giustizia e sopraffazione dominante – adottando, consapevolmente e programmaticamente, la strategia della “leggerezza”.

Intervista a Giovanni Capecchi
a cura di Evolena